Raccontò della sua battaglia contro un male terribile, sino alla morte. Cinquant’anni fa. Ghirotti indagò, firmò servizi, scrisse libri, su personaggi e temi fra i più diversi.
Egli entrò a lavorare nel 1945 a “Il Giornale di Vicenza”, per passare a “La Stampa” (1950-1958), quindi a “L’Europeo” (1958-1960), poi ancora a “La Stampa” (1960-1974).
Si distinse per le sue inchieste giornalistiche sulla giustizia, sulla mafia, sul banditismo sardo, sui grandi fenomeni civili e sociali del tempo che si tradussero in altrettanti libri quali “Italia mia benché” (1963), “Il magistrato” (1963), “Mitra e Sardegna” (1968), “Rumor” (1970) e “Da Olimpia a Casa mia”. Nel 1972, quando gli venne diagnosticato un tumore maligno, non si arrese e per due anni lottò contro la malattia.
Raccontò la sua esperienza di malato fra i malati in undici memorabili corrispondenze pubblicate sul quotidiano “La Stampa” poi confluite nel libro “Lungo viaggio nel tunnel della malattia”, definendosi: “inviato, suo malgrado, dentro il tunnel della malattia e della ospedalizzazione”, cronista della sofferenza nella sofferenza, malato tra i malati di quattro ospedali pubblici in cui fu ricoverato.
La sera del 27 maggio del 1973 Ghirotti apparve sul secondo programma della RAI TV in un corridoio d’ospedale mentre intervistava medici e compagni di malattia, era la prima di due storiche inchieste televisive, presentate in quella che è stata considerata la prima trasmissione di divulgazione scientifica della storia televisiva italiana, intitolata “Orizzonti della Scienza e della Tecnica”. Restarono incollati alla TV otto milioni di italiani.
Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, in un telegramma inviato a Ghirotti nel 1973 scrisse: “ho ascoltato con profonda commozione la sua trasmissione televisiva e desidero inviarle espressione della mia ammirazione per la sua edificante testimonianza di coraggio e di serenità…”. Il secondo, e ultimo, servizio televisivo fu trasmesso la sera del 4 giugno 1974. Questa volta Ghirotti appariva con il viso più scavato, le rughe più profonde, la voce più affaticata.
Resta ancora oggi lapidaria una sua frase che esprimeva la sua alta visione etica della professione giornalistica: “Se gli capita di correre un’avventura tra vita e morte in prima persona e poi non la racconta, direi che quel giornalista è uno che non ha capito nulla, né del proprio mestiere, né dei propri doveri di cittadino”. Il rispetto per quel “malato inerme”, di cui Gigi Ghirotti scrisse nell’ultimo incompiuto articolo, la cui dignità va rispettata fino all’ultimo, è ben riassunto in questa citazione: “Quel che importa, sia durante la vita sia di fronte alla morte, è non sentirsi abbandonati e soli”. Ghirotti morì il 17 luglio 1974 e il 5 maggio 1975 nasceva a Roma per iniziativa della moglie e di un gruppo di amici e colleghi il “Comitato nazionale Gigi Ghirotti”, che il 18 dicembre 1975, in Campidoglio, alla presenza del Capo dello Stato, fu presentato agli italiani e che dal 1984 venne riconosciuto con DPR “ente di utilità sociale non a scopo di lucro”
Una raccolta indetta da Specchio dei Tempi contribuì all’avviamento del Comitato nazionale che destinò le risorse a borse di studio per la formazione di giovani medici meritevoli che si sono poi affermati in Italia e nel mondo. Nel 2002 il Comitato assunse la denominazione di Fondazione nazionale. Essa presta da quasi cinquant’anni un’opera di gratuito servizio a malati di tumore e loro familiari, offrendo orientamento, aiuto e supporto psicologico.
Specchio dei tempi continuerà a sostenere il ricordo di Ghirotti con la raccolta di risorse da destinare alla ricerca.
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