Lodovico Poletto La Stampa, 09/03/22
La prima parola che senti è «strakh». E vuole dire paura. E non sono le bombe che adesso spaventano, ma è quel che c'è davanti. Un ignoto più bello e accogliente dove puoi fare una doccia, dove puoi dormire in un letto pulito, dove non c'è il rumore dei missili. Ma pur sempre un ignoto. E lontano da casa. E anche adesso che Ania è seduta qui, in questo garage trasformato nel primo centro di accoglienza dei profughi in arrivo dall'Ucraina, con le volontarie della Croce Bianca che servono i the caldi e i biscottini panna e cioccolata, Ania non è tranquilla. E allunga la mano verso mamma Irina. Così semplicemente, da una sedia all'altra. Se la stringono forte-forte, perché anche lontane dalle bombe, dalle esplosioni che fanno tremare le porte, sfondano i vetri delle finestre, quel che hai vissuto te lo porti dentro. Dona Ora Ania hai paura? «Strakh?» e lei fa sì con la testa. E mamma Irina se la abbraccia quasi a coprirla con tutto il corpo. Come faceva a casa Zhetomer, di notte. Quando sentivano fischiare i missili dei russi. All'una di notte Ania e mamma Irina se ne stanno lì nel garage della croce Bianca di Volpiano, nel torinese. Sono arrivate con l'autobus che Specchio dei Tempi ha messo a disposizione dell'associazione Arca Solidale: quattro giorni di viaggio da qui ai confini della Polonia. Per portare lontano da quegli ammassi di umanità dolente che sono i centri di accoglienza - appena oltre il confine ucraino - chi scappa dalle bombe, chi no ha più una casa, chi prova dare un futuro ai figli. Lontano dalle bombe. Guerra si dice «vioyny». Ania, 7 anni, la racconta attraverso i rumori. Dei missili, dei vetri che si fondano, delle esplosioni. «Dormivano vestiti, anche con il cappello in testa, per scappare subito, se c'era pericolo». Le cantine come rifugi fragili quanto una scatola di cartone. Poi due giorni piedi nella neve. Un lungo viaggio in un treno stracarico. «Strakh». Paura. In settanta sono arrivati qui e da qui, prima dell'alba, se ne sono andati tutti. Per un'altra casa. Una famiglia, un letto. Una «dush». Una doccia. Una vita nuova. «Vioyny», guerra. Lena guarda il telefono. Un messaggio arriverà, forse. Dal marito Daniil che ha accompagnato lei e sua figlia Debis alla frontiera ed è ripartito per andare a a combattere. Vioyny, la guerra. La casa che non c'è più. Gli amici lontani. «Voglio andare a Napoli, c'è una mia parente. Staremo con lei» ripete attraverso l'interprete. Ma poi chissà se ci riusciranno. Se qualcuno verrà a prenderle. Se da Kaharkiv arriveranno notizie del marito. «Strakh sì, strakh... » tanta paura. Il freddo di stanotte in questi locali è quasi festa per chi ha marciato di giorno e di notte nel gelo. Per chi è salito sull'autobus di Specchio dei Tempi e Arca solidale sperando di essere finito in mani pietose e non in quelle di qualche filibustiere pronto ad approfittarsi di loro. Dona Ora Perché è chiaro, quando scappi ti devi fidare di qualcuno. E qui ci sono soltanto mani tese. C'è gente che rinuncia al sonno, alla famiglia, ai figli per aiutare chi sta peggio. E finalmente qualcuno sorride. Ai medici che fanno i tamponi, ai volontari in divisa arancione. Agli autisti che hanno macinato chilometri. Poi qualcuno ricorda Alina. Che voleva portare sua figlia in Italia e tornare indietro. Un altro villaggio in Ucraina. Un marito che combatte. «Io torno lì. Mio marito mi ha detto di metter al sicuro i bambini. Ma io torno. L'Ucraina è la mia terra. Io vado a combattere». Viyny, la guerra. Pace si dice «myr». Ed è molto lontana.