Francesca Malandrone

01 gennaio 1970

Chiara Viglietti

La sua è una Torino che non c’è più. Di quando Madonna di Campagna era ancora come il nome che porta: i prati e le grandi case contadine che ti abbracciano solo a guardarle. Ma è un mondo che Francesca Malandrone non rimpiange. A ottantasei anni il suo passato sta bene dov’è: guerra, fame, bombe oggi sono solo ricordi difficili da mettere in fila. Le ci vuole un po’ per farlo. Per raccontarsi a strati: «Ho visto troppe persone finire sotto le bombe, i corpi smembrati. A Campagna ci conoscevamo tutti: l’8 settembre sono morti in 98 perché il prete aveva lasciato il campanile illuminato per la festa del paese. E io ero solo una bambina». A sette anni la prima regola della vita non dovrebbe essere conosci il tuo nemico. Il più spettrale arrivava dal cielo. Le luci spente di notte, per non prestare il fianco al cecchino dall’alto, qualcosa facevano. Mentre Radio Londra aiutava a prepararsi a quando le bombe sarebbero cadute come neve: «Mio padre la ascoltava ogni giorno come un disco rotto: a forza di sentirla capiva, afferrava i codici con cui gli inglesi ci avvisavano degli imminenti attacchi». Così si finiva tutti in cantina, il rosario in mano, l’illusione di nascondersi sul fondo di una barchetta di carta per sopravvivere. Non sempre andava bene. Come quella volta che il boato di una bomba ha mandato in pezzi vetri e porte di casa sua, facendo crollare la scala: «Per un soffio io e mia madre non siamo morte». La conta di chi non ce l’ha fatta è di una zia, la cugina che aveva otto anni, e parenti finiti nei lager. Per uno di loro non c’è più stato ritorno: da Auschwitz. «Ma noi non sapevamo nemmeno cosa fossero i campi, la soluzione finale. Si sapeva solo che la gente spariva, portata via sui camion, così si diceva. Per una bambina è un pensiero tremendo: svanire all’improvviso, non esserci più».

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In mezzo la fame. Racconta, chi ha fatto o vissuto per riflesso la guerra, sempre la stessa cosa: che quel buco nello stomaco, il morso vero della miseria, non te lo levi più di dosso. Ti resta nel piatto e nei respiri: «Mi sono portata nella vita l’ansia del frigorifero sempre pieno. Ora che sono vecchia mi accontento di poco. Ma per anni lo riempivo per quanto potevo. Perché quando ero piccola facevamo così, che le patate servivano dentro e fuori: un giorno mangiavamo la polpa, quello dopo le bucce. Fino credo all’adolescenza non ho mai assaggiato una brioche». Il lavoro è arrivato con un impiego in tintoria, all’hotel Principi di Piemonte, a un passo da Porta Nuova. Poi un residence ad Arma di Taggia, dove si era trasferito il fratello. «Nel frattempo ero rimasta sola con un figlio, sarò stata una delle prime a separarmi negli anni cui la donna doveva restare per forza in certi inferni. In catene. Ma io no: mi sono sposata per amore a 20 anni, a 28 ho deciso di separarmi». Perché? «Perché certe persone ti ammazzano proprio i sentimenti». Poi non è che non siano arrivati altri sguardi, nuovi incontri. Uno ha fatto breccia, anni e anni dopo. Ma c’era sempre quel peso, quella ferita dentro: «La mia grande delusione mi ha impedito di amare. L’uomo che poi mi ha accompagnato, anni dopo, è stato importante, certo, ma io con certe profondità del cuore avevo chiuso». Oggi Francesca vive a Cuneo e una vita così lunga le ha permesso di veder crescere nipoti e pronipoti. E’ nonna bis di due ragazzi di cui va fierissima. Ma alla sua famiglia non chiederebbe mai un aiuto, sa che hanno già i loro conti da far quadrare. Eppure con 806 euro di pensione, 350 di affitto più le spese, a fine mese non restano che briciole. Quando restano. Così diventa difficile persino concedersi le medicine. Figuriamoci regalarsi il lusso di un libro, la sua più grande passione. «Non posso comprarli, me li faccio prestare. Ne ho letti a migliaia, la vita degli altri, i classici mi fanno sognare. E mi fanno confrontare con il senso della fine. So che la mia vita si sta concludendo. Ma tutto quello che ho visto, passato, non mi fa temere la morte. Non ne ho proprio paura. Quando sarà la mia ora andrò». E’ più facile, se nel biglietto c’è Dio. «Ah ma io mica ci credo. Guardi, col corpo sparisce tutto. Dall’altra parte non mi aspetta nessuno e sono convinta che quel che conta vada fatto e speso qui. E’ nella vita che bisogna prendersi la felicità. Non aspettare Dio. Ma se proprio mi sbagliassi, direi che se esiste, fa quel che può. E avrei qualche domanda da fargli. Due, che mi riguardano da vicino: perché la guerra e perché a rimetterci sono sempre e solo le donne».
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