Chiara Viglietti
La sua è una Torino che non c’è più. Di quando Madonna di Campagna era ancora come il nome che porta: i prati e le grandi case contadine che ti abbracciano solo a guardarle. Ma è un mondo che Francesca Malandrone non rimpiange. A ottantasei anni il suo passato sta bene dov’è: guerra, fame, bombe oggi sono solo ricordi difficili da mettere in fila. Le ci vuole un po’ per farlo. Per raccontarsi a strati: «Ho visto troppe persone finire sotto le bombe, i corpi smembrati. A Campagna ci conoscevamo tutti: l’8 settembre sono morti in 98 perché il prete aveva lasciato il campanile illuminato per la festa del paese. E io ero solo una bambina». A sette anni la prima regola della vita non dovrebbe essere conosci il tuo nemico. Il più spettrale arrivava dal cielo. Le luci spente di notte, per non prestare il fianco al cecchino dall’alto, qualcosa facevano. Mentre Radio Londra aiutava a prepararsi a quando le bombe sarebbero cadute come neve: «Mio padre la ascoltava ogni giorno come un disco rotto: a forza di sentirla capiva, afferrava i codici con cui gli inglesi ci avvisavano degli imminenti attacchi». Così si finiva tutti in cantina, il rosario in mano, l’illusione di nascondersi sul fondo di una barchetta di carta per sopravvivere. Non sempre andava bene. Come quella volta che il boato di una bomba ha mandato in pezzi vetri e porte di casa sua, facendo crollare la scala: «Per un soffio io e mia madre non siamo morte». La conta di chi non ce l’ha fatta è di una zia, la cugina che aveva otto anni, e parenti finiti nei lager. Per uno di loro non c’è più stato ritorno: da Auschwitz. «Ma noi non sapevamo nemmeno cosa fossero i campi, la soluzione finale. Si sapeva solo che la gente spariva, portata via sui camion, così si diceva. Per una bambina è un pensiero tremendo: svanire all’improvviso, non esserci più».