C'è una dignità antica nel modo in cui Giovanni si racconta. Una resilienza forgiata da un’esistenza che non gli ha risparmiato nulla: né la fatica fisica, né il dolore dell'anima. A 67 anni, Giovanni è un uomo colto - laureato in psicologia e maestro d’arte - ma il suo presente è fatto di ombre che si allungano. Quelle della solitudine, innanzitutto: «Ho quattro figli e quattro nipoti - ci racconta - ma da nessuno di loro avrò un augurio di buon Natale. Li ho aiutati a crescere meglio che ho potuto, poi la vita mi ha travolto».
Arrivato a Torino dalla Sicilia nel 1960, ha lavorato duro come saldatore fin da ragazzino. Trent’anni di cantieri, fino al 2000, l'anno che ha segnato il confine tra il "prima" e il "dopo". In pochi mesi il destino gli presenta un conto salatissimo: un tumore alla gola, una malattia epatica che lo costringe alla pensione di invalidità e la morte della moglie per un male incurabile.
Resistendo alla disperazione, Giovanni ha il coraggio di cambiare direzione, consapevole del cammino. Sistema i figli e parte per un lungo viaggio che lo porterà a girovagare da solo all’estero per una decina di anni. “Nel 2012 rientro a Torino: ero ormai un irregolare, un senza fissa dimora. Non mi sentii perduto, mi rivolsi ai servizi sociali e agli enti caritativi per avere assistenza e un tetto sotto cui dormire: ero pronto a ricominciare.”
Ricomincia da zero: si iscrive all'università, studia psicologia, apre un laboratorio di tatuaggi. Per molti clienti fragili, quel tatuatore con la barba e i capelli lunghi diventa un "bonario maestro zen", un confessore a cui affidare le proprie paure.
Oggi, però, la battaglia è diventata impari. Alla solitudine si è aggiunta una maculopatia degenerativa che gli sta togliendo la vista giorno dopo giorno. Il mondo di Giovanni si è ristretto alle poche vie del quartiere che ancora riesce a distinguere. «La gente finge di non vedermi - dice - talvolta mi allungano una moneta».
In questo scenario, la Tredicesima dell’Amicizia non è stata un extra per i regali, ma un'ancora di salvezza. «Li utilizzerò per campare», ha ammesso Giovanni con disarmante onestà. Servono per mangiare, per le bollette, per sopravvivere a un altro inverno.
Eppure, in fondo a quel buio che avanza, Giovanni custodisce ancora un sogno, poetico e disperato come la sua vita: «Vorrei incontrare un amico. E andarcene per il mondo, solo noi, con un cane e una fisarmonica».
Specchio dei tempi è al fianco di Giovanni e di migliaia di anziani che, come lui, rischiano di essere dimenticati. Aiutaci a non lasciarli soli, sostieni la nostra area anziani.
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