Giovanni Schimenti, Torino, per le Tredicesime dell’Amicizia

21 gennaio 2026

C'è una dignità antica nel modo in cui Giovanni si racconta. Una resilienza forgiata da un’esistenza che non gli ha risparmiato nulla: né la fatica fisica, né il dolore dell'anima. A 67 anni, Giovanni è un uomo colto - laureato in psicologia e maestro d’arte - ma il suo presente è fatto di ombre che si allungano. Quelle della solitudine, innanzitutto: «Ho quattro figli e quattro nipoti - ci racconta - ma da nessuno di loro avrò un augurio di buon Natale. Li ho aiutati a crescere meglio che ho potuto, poi la vita mi ha travolto».

Arrivato a Torino dalla Sicilia nel 1960, ha lavorato duro come saldatore fin da ragazzino. Trent’anni di cantieri, fino al 2000, l'anno che ha segnato il confine tra il "prima" e il "dopo". In pochi mesi il destino gli presenta un conto salatissimo: un tumore alla gola, una malattia epatica che lo costringe alla pensione di invalidità e la morte della moglie per un male incurabile.

Resistendo alla disperazione, Giovanni ha il coraggio di cambiare direzione, consapevole del cammino. Sistema i figli e parte per un lungo viaggio che lo porterà a girovagare da solo all’estero per una decina di anni. “Nel 2012 rientro a Torino: ero ormai un irregolare, un senza fissa dimora. Non mi sentii perduto, mi rivolsi ai servizi sociali e agli enti caritativi per avere assistenza e un tetto sotto cui dormire: ero pronto a ricominciare.”

Ricomincia da zero: si iscrive all'università, studia psicologia, apre un laboratorio di tatuaggi. Per molti clienti fragili, quel tatuatore con la barba e i capelli lunghi diventa un "bonario maestro zen", un confessore a cui affidare le proprie paure.

Oggi, però, la battaglia è diventata impari. Alla solitudine si è aggiunta una maculopatia degenerativa che gli sta togliendo la vista giorno dopo giorno. Il mondo di Giovanni si è ristretto alle poche vie del quartiere che ancora riesce a distinguere. «La gente finge di non vedermi - dice - talvolta mi allungano una moneta».

In questo scenario, la Tredicesima dell’Amicizia non è stata un extra per i regali, ma un'ancora di salvezza. «Li utilizzerò per campare», ha ammesso Giovanni con disarmante onestà. Servono per mangiare, per le bollette, per sopravvivere a un altro inverno.

Eppure, in fondo a quel buio che avanza, Giovanni custodisce ancora un sogno, poetico e disperato come la sua vita: «Vorrei incontrare un amico. E andarcene per il mondo, solo noi, con un cane e una fisarmonica».

Specchio dei tempi è al fianco di Giovanni e di migliaia di anziani che, come lui, rischiano di essere dimenticati. Aiutaci a non lasciarli soli, sostieni la nostra area anziani.

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