Prendersi cura, in modi diversi

25 settembre 2026
Ci sono momenti in cui chi si prende cura di una persona con demenza non sa bene come comportarsi. Gesti, frasi o reazioni del proprio caro possono spiazzare: la richiesta insistente di tornare a casa, camminare senza sosta avanti e indietro, oppure arrabbiarsi proprio mentre si cerca di aiutare.

Da questo tema ha preso avvio “Un approccio diverso ai sintomi comportamentali”, l’incontro dedicato ai caregiver organizzato il 24 settembre scorso presso la Sala Vinaj di Cuneo da Specchio dei tempi e Care Expert nell’ambito di Ci Vediamo Q.U.I, realizzato con il contributo di Fondazione CRC. A guidare il confronto, la neuropsicologa Elena Balocco e la psicoterapeuta Michela Re.

Nella prima parte le relatrici hanno messo a fuoco sintomi e comportamenti che possono accompagnare la malattia: ansia, apatia, irritabilità, agitazione, aggressività. Manifestazioni che rappresentano anche il modo con cui le persone con malattie neurodegenerative esprimono un disagio che non riescono più a comunicare come prima. Dietro un insistente «voglio tornare a casa» possono esserci paura, disorientamento o il bisogno di qualcosa di familiare.

La seconda parte è stata scandita da una lettera aperta ai caregiver. Il messaggio di fondo: tecniche e manuali sono utili, ma ogni persona e ogni relazione sono diverse. È stato raccontato il caso di Maria e di suo marito, che ha l’Alzheimer. Lei qualche volta lo provoca o lo bacchetta, lui riconosce quel linguaggio come qualcosa di familiare, e ride. Un comportamento che non si troverebbe mai in un manuale, ma che tra loro funziona.

Prendersi cura significa anche conservare ciò che esisteva prima della malattia: il carattere, l’ironia, le abitudini, il modo di riconoscersi.

E poi c’è chi assiste. Parlare della propria esperienza – è stato ribadito – aiuta a rielaborarla. Con il tempo, ciò che inizialmente provocava ansia o angoscia può essere raccontato con uno sguardo diverso, talvolta persino con un sorriso. Non perché quella esperienza sia diventata meno difficile, ma perché averla raccontata, e poi raccontata ancora, può cambiare il modo in cui la si comprende e la distanza con cui la si guarda.
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