Specchio dei tempi Vicini alle nostre mogli, figlie, mamme e fidanzate
22 Marzo 2019

Vicini alle nostre mogli, figlie, mamme e fidanzate

Incontro con le Volontarie del Gados: le tante testimonianze di chi ha battuto il cancro

Articolo di Beppe Minello

Si chiamano Fernanda, Paola, Rosella: sono le nostre mogli, figlie, mamme, fidanzate. Per loro, per le migliaia di donne che hanno affrontato, stanno affrontando e, purtroppo, affronteranno il calvario di un tumore, nascerà il nuovo reparto Day Hospital unificato di Oncologia ginecologica pelvica e mammaria al primo piano del Sant’Anna. «Immagino che sarà stato ricoverato in qualche ospedale, vero? Se lo ricorda? Un posto tendenzialmente sporco, usurato, con medici e malati che vanno e vengono. Un posto scuro, ché questi sono posti scuri. Ecco, quello che si vuole realizzare qui al Sant’Anna sarà un luogo, mi consenta la definizione, allegro, luminoso, pulito. Un luogo dove ti accolgono e ti dicono “Oggi vai qui e tra due giorni là” e tu saprai dove e non dovrai cercare, non dovrai sapere tu chi chiamare, un luogo dove l’oncologo ti visiterà senza che tu debba cercarlo. E ciò accadrà perché tutto sarà finalmente strutturato e standardizzato». Paola Montaldo, 49 anni psicologa, sa di cosa parla. L’associazione che presiede, la Gados (Gruppo assistenza operate al seno) da 35 anni si prende cura dal punto di vista psicologico e del benessere in senso più generale delle donne arrivate al Sant’Anna annichilite da una diagnosi «che, quando l’associazione nacque, era considerata una sentenza di morte. C’era bisogno di dare loro conforto, sostenerle, dimostrare che ce la si può fare, controllare la tempesta emotiva scatenata dalla diagnosi». Una rivoluzione, contro un sistema che considerava le pazienti numeri, teorizzata e concretizzata dal professor Mossetti coinvolgendo le donne già operate al seno come, diciamo, testimonial che ce la si può fare. «Le esortava – ricorda Fernanda, 70 anni, insegnante di matematica, operata nell’87 e volontaria Gados dal 2000 – dicendo loro “Dovete farvi belle, ben pettinate e truccate e andare al letto di chi è appena stato operato per dire loro che anche voi ci siete passate, che siete lì per dimostrare che si sopravvive, che state bene”».

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E in questi anni, oltre 12 mila donne hanno combattuto insieme con le volontarie del Gados diventando, molte di loro, volontarie esse stesse o continuando, anche a decenni dall’intervento, a frequentare i gruppi di auto-aiuto che settimanalmente si tengono al Sant’Anna in uno stanzone «conteso» – per dire la carenza di spazi – con gli specialisti dell’ospedale di corso Spezia, dagli oncologi ai radiologi, che lo utilizzano per consultarsi e stabilire «le cure dopo un determinato istologico o… quella che potrebbe apparire come una condanna». «È dopo questa “sentenza” che il mondo precipita – spiega Rosella, 52 anni, ex-arredatrice -. Ti operano e ti chiedi: ora dove vado? Magari decido per Candiolo. Ma chi mi visita? L’oncologo che mi ha operato o quello di Candiolo? Poi devo fare la radioterapia: che faccio? Vado alle Molinette perché c’è il reparto di radiologia? E poi magari devo fare fisioterapia, cosa che si scopre attraverso l’esperienza di altre che ci sono già passate o perché un medico te l’ha detto: e dove vai? Al Mauriziano o al Cto? E una visita dietologica la farò al Sant’Anna perché c’è la dottoressa che hai conosciuto o dove? Insomma, si gira tutta la città senza essere abbracciata da nessuno». Un «abbraccio» che le donne del Gados, e non solo loro, contano di ricevere dal nuovo Day Hospital del Sant’Anna (la cui rapida ristrutturazione è l’obiettivo di Specchio dei tempi) dove ricreare qualcosa che, per altro, «già esisteva all’ospedale Valdese prima che lo chiudessero – ricorda ancora Fernanda -. Lì facevano lo screening, la mammografia una volta all’anno. Se si scopriva qualcosa ti avvertivano: “Signora c’è qualcosa che non va”. Ti prendevano sottobraccio e ti portavano a fare l’agoaspirato: “Non si preoccupi, adesso la faccio vedere da un medico che si occuperà di lei”. E quel medico si occupava dei tempi dell’intervento, te lo spiegava, ti diceva le terapie che avresti fatto, trovava il letto in tempi brevi. Insomma, il nuovo Day Hospital non è fantascienza».

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