Specchio dei tempi Hargeisa, morire ad un anno di fame, di stenti, di...
23 Ottobre 2023

Hargeisa, morire ad un anno di fame, di stenti, di diarrea

Non sempre i medici di Specchio dei tempi riescono a salvare i piccoli denutriti: aiutaci anche tu ad offrire ai bambini del Somaliland assistenza medica e cibo

Jessica Genova è la project manager che lavora ad Hargeisa per conto di Specchio dei tempi e di MedAcross, in un programma di assistenza ai più piccoli completamente  finanziato dalla nostra fondazione. Ecco il suo racconto:

“In Africa si muore di fame e  di sete. L’ho letta molte volte questa frase, talvolta accompagnata da numeri spaventosi. Ma fino a che non lo vedi con i tuoi occhi, questa frase risulta spersonalizzata e vacua. In Africa, un continente così vasto, associato alla povertà da sempre, si soffre e si muore per fame. Lo leggiamo e lo vediamo in TV mentre ceniamo, così tante volte, che il nostro cervello dissocia quella sofferenza dalla nostra realtà, fatta di una cucina, del tepore della famiglia e del tintinnio delle stoviglie che si usano. La mia realtà oggi è un’altra: è la polvere della strada desertica, il rumore delle madri e dei bambini del campo profughi e a volte il silenzio. Come quando muore un bambino per fame. Oggi Mohammed, un piccolo di 1 anno, paziente della nostra clinica mobile finanziata da Specchio dei tempi, è morto. La causa: disidratazione, malnutrizione, diarrea.

Il team medico nel campo profughi ha fatto tutto il possibile per salvarlo: il dottore ha eseguito il massaggio cardiaco, l’infermiera è corsa a recuperare un ambu per le insufflazioni; tutto questo mentre la madre Leila – che ha attraversato Hargeisa a piedi, impiegando due ore di cammino sotto il sole cocente per raggiungerci – si è gettata a terra, quasi svenuta, incapace di alzarsi. Era come se sapesse ciò che stava accadendo, ma non riusciva ad accettarlo. Hanno dovuto alzarla di peso e farla sedere.

Il bambino era stremato, malnutrito, pochi giorni prima aveva avuto qualche episodio di diarrea e vomito ed è arrivato in clinica mobile senza forze. Quando Leila ha raggiunto l’ambulatorio nel campo profughi tutte le mamme si sono agitate attorno a lei, il bambino ormai non rispondeva e tutti hanno ceduto il loro turno per far visitare il piccolo dal medico. È una situazione straniante vedere così tanta energia attorno e lui inerme: sembrava quasi che tutta quell’agitazione, quell’energia potesse servire a quel piccolo corpo per smuoverlo e dargli forza. Ma non c’è stato nulla da fare e in questa frase così usata, ricade un peso dentro di me, un peso avvolto dal silenzio che ha invaso tutto l’ambulatorio. Le famiglie erano ancora fuori in attesa delle visite, ma calme. Tanti bambini che di solito giocano, piangono, chiamano la mamma e i fratelli, tutti in silenzio.

Ho raggiunto Leila per darle conforto e sostegno e, così, mi sono trovata davanti ad una donna di 30 anni – mia coetanea – che si prende cura di 7 figli: quattro a casa ad aspettarla, due accanto a lei e Mohamed in un’altra stanza, avvolto in un telo.

L’abbiamo riaccompagnata a casa. Abbiamo ripercorso in macchina tutto il tratto di strada che lei qualche ora prima – con speranza e disperazione – aveva fatto a piedi. Scendono dall’auto, sempre in silenzio e sono a casa. Poi arriva il mio turno, scendo dall’auto, sono a casa.”

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